Fridays for Future Italia: l’attivismo scolastico che rischia di basarsi su dati superati

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Ti ricordi i cortei oceanici del 2019, quei venerdì con le piazze che traboccavano di cartelli colorati? Se stai ancora pensando all’attivismo scolastico per il clima con quelle immagini in testa, stai probabilmente ragionando su un movimento che nel frattempo è diventato un’altra cosa. E le scelte che fai — da genitore, da insegnante, da studente — rischiano di partire da una fotografia scaduta.

I Fridays for Future italiani sono nati nell’autunno 2018 sull’onda dello sciopero scolastico di Greta Thunberg a Stoccolma. Il picco di partecipazione si è raggiunto il 15 marzo 2019, con oltre 100 città italiane coinvolte e 100.000 persone nella sola Milano. Da allora il movimento si è frammentato in gruppi locali con obiettivi più specifici, passando dalla piazza alla campagna territoriale.

Cosa resta di quei numeri del 2019

Il primo errore è confondere la visibilità mediatica del 2019 con la forza attuale del movimento. Lo sciopero globale del 15 marzo 2019 portò in piazza oltre un milione di persone in 125 paesi, secondo le stime circolate all’epoca. Milano da sola contò circa 100.000 partecipanti, risultando tra le città più mobilitate al mondo. Ma quei numeri descrivono un picco, non una costante.

Già nel settembre 2019, durante la Climate Action Week, la partecipazione globale raggiunse circa 7,6 milioni di persone nelle giornate del 20 e 27 settembre. L’Italia si classificò tra i tre paesi con la più alta partecipazione. Eppure quel dato — enorme, innegabile — è diventato il metro con cui molti misurano ancora oggi la salute dell’attivismo scolastico.

Se usi quei numeri per valutare il movimento nel 2025, stai guardando il presente con una lente di sei anni fa. E questo vale anche per chi lo critica: dire che i Fridays for Future sono finiti perché le piazze si sono svuotate è altrettanto impreciso.

Come si è trasformato l’attivismo nelle scuole italiane

Il passaggio più sottovalutato è stato quello dalla piazza alla campagna locale. Dopo la pandemia, che nel 2020 costrinse il quinto sciopero globale a svolgersi interamente online con il formato Digital Strike, i gruppi italiani hanno cambiato pelle.

Lo schema originale — sciopero il venerdì, corteo in centro, cartelli e megafoni — ha lasciato spazio a iniziative territoriali: swap market di vestiti e libri, campagne cittadine per la difesa del suolo, presidi tematici su questioni specifiche come il caporalato nella moda. Il gruppo di Roma, ad esempio, ha concentrato il 2025 su una campagna in difesa del suolo urbano, come documentato sul sito ufficiale di Fridays for Future Italia.

Se sei un insegnante e pensi ancora che l’attivismo climatico studentesco coincida con il corteo del venerdì, probabilmente non stai intercettando quello che succede davvero tra i tuoi studenti. Le forme sono cambiate:

  • Presidi e sit-in su temi locali al posto degli scioperi generalisti
  • Laboratori di scambio e riuso dentro e fuori le scuole
  • Collaborazioni con sindacati su piattaforme congiunte clima-lavoro
  • Produzione di documenti programmatici come l’Agenda Climatica del 2023

Perché le richieste degli studenti non sono più le stesse del 2019

Nel 2019, il messaggio era diretto e universale: ascoltate la scienza, rispettate l’Accordo di Parigi. E funzionava, perché la semplicità creava adesione di massa. Ma le richieste si sono stratificate.

Già nel 2020, FFF Italia ha elaborato con un gruppo di scienziati la campagna Ritorno al Futuro, con proposte dettagliate. Nel 2023 è arrivata un’Agenda Climatica strutturata. Nel 2025, il movimento ha firmato con la CGIL una piattaforma congiunta intitolata “Per il clima, il lavoro e la pace”. Il tema della giustizia climatica si è intrecciato con quello della giustizia sociale, della pace e dell’economia estrattivista.

Se ragioni ancora con lo schema “studenti che chiedono ai politici di fare qualcosa per il clima”, stai semplificando. Le richieste attuali toccano riconversione industriale, conflitti geopolitici e modelli energetici. È un salto di complessità che molti osservatori esterni non hanno registrato.

Periodo Forma prevalente Richieste principali Partecipazione stimata in Italia
2018-2019 Scioperi globali del venerdì Rispetto Accordo di Parigi, ascolto della scienza Centinaia di migliaia per evento
2020-2021 Proteste online e presidi limitati Green recovery post-Covid, transizione energetica In calo, azioni prevalentemente digitali
2022-2023 Scioperi mirati e documenti programmatici Agenda Climatica, resistenza climatica Si stima alcune migliaia per evento nazionale
2024-2025 Campagne locali e alleanze sindacali Giustizia climatica e sociale, pace, suolo Partecipazione frammentata, difficile da quantificare

Il rischio concreto di decidere con la mappa sbagliata

Quando un dirigente scolastico decide se sostenere o meno un’iniziativa ambientalista studentesca, su quali dati si basa? Quando un genitore giudica l’impegno del proprio figlio in un gruppo locale di FFF, a quale immagine mentale fa riferimento? Nella maggior parte dei casi, il modello è ancora quello del 2019: migliaia in piazza, cartelli con lo slogan di Greta, mezz’ora al telegiornale.

Ma il movimento attuale è un’altra cosa. È più piccolo nei numeri, più radicale nelle posizioni, più connesso con altri attori sociali. Se lo giudichi con i parametri vecchi, finisci per sottovalutarlo o sopravvalutarlo, a seconda del tuo pregiudizio di partenza.

  • Chi lo sopravvaluta pensa ancora a un fenomeno di massa e si stupisce quando i cortei raccolgono poche centinaia di persone
  • Chi lo sottovaluta non vede il lavoro di rete, le alleanze con i sindacati, i documenti tecnici prodotti
  • Chi lo ignora non sa che i gruppi locali esistono ancora e operano su scala comunale

Per te che segui questi temi — da lettore, da cittadino, da educatore — la domanda vera non è se il movimento sia vivo o morto. È se le informazioni che hai sono aggiornate abbastanza per capire cosa sta succedendo.

L’attivismo scolastico tra struttura orizzontale e fragilità organizzativa

Un tratto che non è cambiato dal 2018 è la struttura orizzontale e senza leadership formale. FFF Italia non ha capi, non richiede iscrizione né tessera. Le decisioni si prendono in assemblee aperte, i gruppi locali sono autonomi.

Questa struttura è stata la sua forza iniziale: permetteva a chiunque di organizzare uno sciopero nella propria città senza aspettare direttive dall’alto. Ma è diventata anche il suo limite. Senza una struttura stabile, la memoria organizzativa si perde. Ogni anno arrivano nuovi studenti che devono ricostruire da zero relazioni, competenze e visibilità locale.

Se hai partecipato a un corteo nel 2019 e oggi non sai più cosa fa il tuo gruppo locale, non è un caso. È il prezzo di un modello che rifiuta la gerarchia ma fatica a garantire continuità. E questo spiega anche perché tanti commentatori — giornalisti inclusi — continuano a raccontare il movimento con dati vecchi: le fonti fresche sono frammentate, locali, difficili da aggregare.

C’è una scatola di cartone in un’aula scolastica, da qualche parte. Dentro ci sono i cartelli di un corteo del 2019: pennarelli sbiaditi, slogan che sembrano di un’altra epoca. Accanto, su un tavolo, un volantino stampato ieri per un presidio sul consumo di suolo nel quartiere. Nessuno dei due racconta tutta la storia. Ma se devi scegliere quale guardare per capire dove va l’attivismo scolastico, il volantino fresco ti porta più vicino alla realtà. Il cartello vecchio ti ricorda solo dove sei già stato.

Domande frequenti sull’attivismo scolastico e i Fridays for Future in Italia

I Fridays for Future esistono ancora nelle scuole italiane?

Sì, ma in forma diversa rispetto al 2019. I gruppi locali continuano a operare con iniziative territoriali — campagne sul suolo, swap market, presidi tematici — più che con gli scioperi globali del venerdì che avevano caratterizzato la fase iniziale.

Quanti studenti partecipano oggi alle manifestazioni?

Non esistono dati aggregati recenti e affidabili. La partecipazione è frammentata su scala locale e difficile da confrontare con i picchi del 2019, quando si stimano centinaia di migliaia di partecipanti ai singoli eventi nazionali.

Un insegnante può integrare l’attivismo climatico nella didattica?

Molte scuole lo fanno già, collegando i temi delle campagne FFF ai programmi di educazione civica e ambientale. L’Agenda Climatica del 2023 e le proposte della campagna Ritorno al Futuro offrono materiali concreti e basati su evidenze scientifiche.

Il movimento è collegato a partiti politici?

No. FFF Italia si definisce apartitico e mantiene una struttura orizzontale senza leadership formale. Tuttavia ha stretto alleanze con sindacati come la CGIL su piattaforme specifiche legate a clima, lavoro e pace.