Hai mai provato a chiedere al tuo comune perché il bando per la raccolta differenziata è identico a quello di cinque anni fa? La risposta, quasi sempre, è il silenzio di chi non si è mai posto la domanda. L’economia circolare nella pubblica amministrazione italiana vive un paradosso: è diventata obbligo di legge, ma in molti uffici si applica per inerzia, copiando modelli già pronti senza verificare se funzionano davvero.
L’economia circolare nella pubblica amministrazione si regge sui Criteri Ambientali Minimi (CAM), resi obbligatori dall’art. 57 del D.Lgs. 36/2023. Ogni stazione appaltante deve integrarli negli appalti pubblici. Eppure l’applicazione reale resta disomogenea: molti enti replicano specifiche tecniche standardizzate senza adattarle al territorio, trasformando un obbligo strategico in un adempimento formale.
Perché gli appalti verdi diventano copia-incolla
Il meccanismo è semplice e si ripete ovunque. Un ufficio acquisti riceve l’obbligo di inserire i CAM nel bando di gara. Il funzionario cerca il bando dell’anno precedente, lo aggiorna nelle date e lo ripubblica. Nessuno verifica se quei criteri hanno prodotto risultati concreti, se i fornitori li hanno rispettati, se l’impatto ambientale è cambiato. La circolarità, almeno sulla carta, è garantita.
Eppure il GPP nasce con un’ambizione diversa. Come indica il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, l’Italia è stato il primo Paese europeo a imporre l’obbligo di applicazione del GPP per le stazioni appaltanti. Un primato normativo che però, nella pratica, si scontra con la forza dell’abitudine.
Il problema non è la legge. Il problema è che rispettare la legge alla lettera e rispettarla nello spirito sono due cose diverse.
Cosa succede quando nessuno controlla i risultati
Immagina di lavorare in un ente locale che gestisce il servizio rifiuti. Il bando prevede veicoli a basse emissioni, contenitori in materiale riciclato, obiettivi di raccolta differenziata ambiziosi. Tutto regolare. Ma chi verifica, a fine contratto, se quei veicoli hanno davvero ridotto le emissioni? Chi confronta i dati con l’anno precedente?
Il monitoraggio post-appalto è il grande assente dell’economia circolare pubblica. E senza dati di ritorno, ogni nuovo bando riparte da zero — o meglio, riparte dal bando precedente, che a sua volta ripartiva da quello prima ancora.
I segnali di un’applicazione per abitudine li riconosci facilmente:
- Le specifiche tecniche ambientali sono identiche tra bandi di comuni con territori e problemi diversi
- Non esiste un documento pubblico che confronti gli obiettivi dichiarati con i risultati ottenuti
- Il personale dell’ufficio acquisti non ha ricevuto formazione specifica sui CAM aggiornati
- I fornitori vincitori sono sempre gli stessi, con le stesse soluzioni
Chi lavora nel settore sa che il turnover nelle gare d’appalto green è bassissimo. E quando vince sempre lo stesso operatore con la stessa proposta, la circolarità si è fermata.
Il divario tra comuni grandi e piccoli
Non tutti gli enti partono dalle stesse condizioni. Un capoluogo di regione ha uffici tecnici strutturati, accesso a consulenze qualificate e un volume di appalti che giustifica investimenti in formazione. Un comune sotto i 15.000 abitanti, invece, spesso affida tutto a un unico funzionario che gestisce acquisti, manutenzioni e servizi ambientali insieme.
La tabella qui sotto mostra le differenze tipiche tra grandi e piccoli enti nell’applicazione dei criteri di economia circolare:
| Aspetto | Comuni grandi (oltre 50.000 ab.) | Comuni piccoli (sotto 15.000 ab.) |
|---|---|---|
| Personale dedicato al GPP | Ufficio specifico o referente formato | Funzionario generico, spesso senza formazione |
| Aggiornamento CAM | Verificato a ogni nuovo bando | Applicato con ritardo o ignorato |
| Monitoraggio risultati | Parziale, su indicatori principali | Quasi assente |
| Consulenze esterne | Budget dedicato | Sporadiche o assenti |
| Adattamento al territorio | Possibile ma non garantito | Raro |
Il risultato? I piccoli comuni, che rappresentano la maggioranza degli enti locali italiani, tendono a replicare modelli pensati per realtà più grandi. E il paradosso è che nessuno glielo contesta, perché formalmente il bando è conforme.
Come rompere il circolo della ripetizione
Se lavori nella PA o interagisci con essa — come fornitore, cittadino, consulente — puoi fare qualcosa di concreto. Non servono rivoluzioni, ma serve smettere di dare per scontato che “abbiamo sempre fatto così” sia una giustificazione accettabile.
Il primo passo è pretendere trasparenza sui risultati, non solo sulle intenzioni. Ecco dove puoi intervenire:
- Chiedi al tuo comune se pubblica un report annuale sull’efficacia degli acquisti verdi
- Verifica se i CAM applicati nei bandi sono quelli vigenti o versioni superate
- Controlla se il piano triennale degli acquisti menziona obiettivi ambientali misurabili
- Proponi, attraverso le consultazioni pubbliche, che i bandi includano clausole di monitoraggio ex-post
Il D.Lgs. 36/2023 obbliga le stazioni appaltanti a inserire specifiche tecniche e clausole contrattuali dei CAM. Ma l’obbligo, da solo, non crea circolarità. La crea chi verifica, confronta e — quando serve — cambia rotta.
Il peso delle consulenze standard
C’è un altro ingranaggio che alimenta la ripetizione. Molti enti, soprattutto quelli più piccoli, si affidano a società di consulenza che propongono pacchetti preconfezionati. Il bando tipo, il capitolato tipo, la relazione tecnica tipo. Tutto “a norma”, niente su misura.
Il consulente, comprensibilmente, replica ciò che ha già funzionato altrove. Ma “funzionato” significa che il bando è andato a buon fine senza ricorsi, non che ha generato un impatto ambientale misurabile. E tu, come cittadino, non hai modo di distinguere le due cose se non vai a leggere gli atti.
Il circolo si chiude così: l’ente delega, il consulente replica, il fornitore si adegua al minimo richiesto. E l’anno dopo si ricomincia. Nessuno ha sbagliato, eppure nessuno ha davvero innovato.
Un bidone per la raccolta differenziata, in un cortile comunale, ha i colori giusti e le etichette a norma. È stato acquistato con un bando conforme ai CAM. Dentro, però, i sacchetti sono tutti uguali — e il personale che lo svuota non sa spiegare perché. Quel bidone racconta una storia che conosci già, anche se nessuno te l’ha mai raccontata così. La prossima volta che passi davanti al municipio, guardalo. Poi chiediti da quanto tempo è lì, e se qualcuno ha mai misurato cosa ci finisce dentro.
Quello che dovresti chiedere al tuo comune
L’applicazione dei CAM è davvero obbligatoria per tutti gli enti?
Sì. L’art. 57, comma 2 del D.Lgs. 36/2023 impone a tutte le stazioni appaltanti di applicare le specifiche tecniche e le clausole contrattuali dei CAM, per l’intero valore dell’importo della gara. Non ci sono esenzioni per dimensione dell’ente.
Come faccio a sapere se il mio comune applica criteri aggiornati?
Puoi consultare i bandi pubblicati sull’albo pretorio e confrontare i riferimenti normativi con i CAM vigenti elencati sul portale del Ministero dell’Ambiente. Se il bando cita decreti superati, l’aggiornamento non c’è stato.
Perché molti progetti pilota di economia circolare non diventano strutturali?
Perché il progetto pilota ha un finanziamento dedicato e una scadenza. Quando finisce, l’ente torna alle procedure ordinarie. Senza un piano di integrazione nei bandi successivi, il pilota resta un esperimento isolato.
Posso segnalare un bando che non rispetta i criteri ambientali?
Sì. Puoi inviare una segnalazione all’ANAC o all’autorità regionale competente. Se il bando non integra i CAM obbligatori, si configura una violazione del Codice dei contratti pubblici.